In Donbass non si passa, di Alberto Fazolo

In Donbass non si passa di Alberto Fazolo

Da più di sei anni in Europa si combatte una sanguinosa guerra civile. Si tratta del conflitto in Donbass, regione staccatasi dall’Ucraina.

Un duro conflitto che continua a mietere vittime nella quasi totale indifferenza dei paesi occidentali.

In Italia chi ha maggiormente cercato di far conoscere questo conflitto è sicuramente stato Alberto Fazolo che con i suoi articoli e con il suo libro (In Donbass non si passa, edizioni Red Star Press) da anni si occupa di questo tema.

Alberto Fazolo autore del libro In Donbass non si passa, prova a raccontarci la sua diretta esperienza con un conflitto che si protrae dal 2014 miettendo vittime su entrambi i lati.
Quella in Donbass è una guerra atipica, che si fa fatica a capire. I media mainstream ce la presentano come una “proxy war” attuata dalla Russia per interferire negli affari europei, ma è davvero così?

Questa è la narrazione dominante, che non solo è falsa, è un rovesciamento della realtà.

Le ingerenze in Ucraina sono state occidentali, cioè degli USA e della UE, che nel 2013 non hanno accettato una legittima politica commerciale del Governo ucraino (di avvicinamento alla Russia) e quindi hanno deciso di rimuovere quel Governo organizzando un Colpo di Stato.

Le sedicenti democrazie occidentali non sono nuove a certi atti, ma in Ucraina hanno fatto un qualcosa di più grave del solito: per il Colpo di Stato hanno fatto ricorso a forze dichiaratamente naziste.

Durante la Seconda Guerra Mondiale l’Ucraina venne occupata dai nazifascisti che fecero orribili crimini. La memoria di quei fatti è ancora viva in buona parte della popolazione che tutt’oggi ha un fervente spirito antifascista. Un qualcosa che USA e UE non avevano tenuto in debita considerazione e al Colpo di Stato risposero gli antifascisti che si sollevarono. L’insurrezione ebbe successo solo nella regione orientale del Donbass, dove si combatte ancora, i morti sono ormai tredicimila. Pertanto, quella in Donbass è una guerra ideologica (la lotta tra fascismo e antifascismo), ma è anche uno scontro geopolitico con i paesi della NATO che accerchiano la Russia.
Non è esagerato parlare di accerchiamento della Russia? Si tratta pur sempre del Paese più grande del mondo e con uno degli eserciti più potenti.

Per capire che non è un’esagerazione basta prendere una cartina geografica e vedere la lista delle basi militari americane sparse intorno ai confini russi.

Ci si accorgerà di quanti missili nucleari americani la Russia trova schierati lungo i propri confini.

Ovviamente, se la Russia facesse lo stesso la risposta americana sarebbe facilmente immaginabile.

Ma l’accerchiamento non è solo militare, ma anche commerciale e politico.

Contro la Russia sono in vigore delle sanzioni economiche (l’Italia non le ha rimosse neanche dopo aver ricevuto l’aiuto dalla Russia per fronteggiare l’emergenza Coronavirus), ma soprattutto è in atto una manovra di accerchiamento ideologico.

Gli USA e la NATO sono riusciti a creare una barriera di contenimento alla Russia fatta di stati (per lo più fantoccio) iper-reazionari o addirittura fascisti: questa va dal Mar Baltico al Mar Nero ed è composta dalle repubbliche baltiche, Polonia, Ungheria.

Non bisogna fare l’errore di credere che la Russia sia ancora un Paese socialista, ma di certo è un Paese antifascista, uno dei pochi che in sede internazionale si batte contro l’equiparazione tra fascismo e comunismo.

La situazione che hai appena descritto è tanto complessa quanto affascinante, come mai allora in Italia se ne parla così poco di questa guerra?

Proprio perché non si tratta solo di uno scontro geopolitico, ma anche ideologico. Sul piano ideologico non ci sono compromessi: si tratta della lotta tra fascismo (il Governo ucraino) e antifascimo (la Resistenza del Donbass). L’Unione Europea e la Repubblica Italiana sono fondate sui valori dell’antifascismo e se anche hanno sempre agito diversamente, non possono gestire la contraddizione di sostenere il fascismo in un altro Paese. Non si tratta solo della vergogna di fare un qualcosa di tanto meschino, ma di una condotta incostituzionale.

A tal riguardo va sottolineato un altro elemento particolarmente riprovevole: in Italia non è stata la destra a sostenere maggiormente i fascisti ucraini, bensì alcuni partiti ritenuti di sinistra. Partiti che in Italia si presentano come antifascisti (cosa che nel nostro Paese porta sempre voti), ma all’estero sostengo organizzazioni dichiaratamente naziste.

Ci tengo altresì a fare un’ulteriore puntualizzazione. In questi sei anni di guerra i media mainstream hanno trattato in modo assolutamente uniforme la vicenda ucraina,
dicevano tutti esattamente le stesse cose (spesso non vere), come se dietro la stampa “libera e indipendente” ci fosse stata una regia unica. Forse potrebbe non esserci
alcuna trama oscura e trattarsi semplicemente del fatto che attingono tutti alle medesime fonti, ma se in sei anni di guerra quasi nessuno abbia ritenuto necessario fare
degli approfondimenti autonomi, allora il problema dell’informazione forse è ancora più grave.
Tu sei stato due anni in Donbass, cosa ti è rimasto di più di quella esperienza?

Tra le tante, ci tengo a ricordare tre cose. La prima è la dimostrazione che le ideologie non sono finite e che in loro nome si continua a lottare.
La seconda è la prova che un popolo che si solleva è imbattibile. La terza è il ricordo dei compagni caduti. Ogni volta che arriva un necrologio mi sento un po morire anche io.

Quando si parla di una guerra è normale parlare in maniera spersonificata dei morti e rappresentarli solo come numeri. Eppure quei combattenti caduti sono delle persone, hanno dato la vita per un’ideale e ridurli ad una contabilità è atroce. Ancora di più quando i caduti sono a te cari. Proprio pochi giorni fa è morto un altro compagno il suo nome di battaglia era Krot.

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